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Invito inauguraz sett15

La curiosità è il filo conduttore e la motivazione artistica che mi conduce verso la ricerca, verso nuove esperienze sul linguaggio espressivo e sull’utilizzo di materiali diversi.

Amo la scultura, scoprire le forme che le mani modellano nel dialogo con la materia e sentire la resistenza e il fluire dei movimenti, vedere il susseguirsi delle sensazioni, ascoltarle e ritrovarmi in esse in una forma di esperienza alchemica del rapporto tra materia e psiche che mi porta ad un mondo isolato. Qui mi confronto lungo le tracce di una continua metamorfosi del colore e della materia, resi ogni volta diversi dall’irripetibilità del procedimento creativo, concentrando l’attenzione sulla figura umana, su personaggi immobilizzati in un’atmosfera di malinconica meditazione, di attaccamento alla materia, alla Terra.

Nei dipinti il paesaggio è pretesto ed emozione. Non mi soffermo sulle sue strutture, perché non della realtà abbiamo bisogno, ma di una via di fuga, così da non dipingere solo quello che si vede dinanzi a sé, ma quello che si vede dentro di sé. Visi cupi, rapiti da una realtà dissolta, sguardi sperduti, vuoti, drammatici nel loro fissare spaventosi quesiti e inutili attese di risposte. 

 

Sogno – Galleria GALP Olgiate Comasco (Co) 2017

Le mie sculture raccontano gli stati d’animo che viviamo nella ricerca del palloncino rosso, al quale ognuno di noi dà un’interpretazione diversa, ma che in ogni caso rappresenta ciò che si sogna nella vita: libertà, amore, lavoro, salute o anche solo un momento di serenità e leggerezza. Tutti vogliamo questo palloncino perché ci porta felicità e quando finalmente lo conquistiamo, per paura di perderlo a volte si è bloccati nelle scelte, disorientati, persi in un labirinto o risucchiati da un vortice.

I cubi sui quali si trovano i personaggi sono i luoghi in cui viviamo, i nostri spazi o le nostre relazioni. Sono un punto di riferimento al quale aggrapparsi o dal quale ripartire, voltando pagina. In ogni cubetto c’è un elemento slegato, modificato, che ci ricorda che se una parte di noi viene spezzata, gli eventi e il tempo la modificano a tal punto da non tornare nuovamente nella posizione esatta in cui era prima e non trovare più l’incastro perfetto. Ed è proprio nell’insistere a volerlo adattare, che a volte perdiamo di vista ciò che davvero siamo e vogliamo.

Li

Video librino GALP

 

IO HO UN SOGNO – Palazzo Vecchio, Bagnacavallo (Ra) – 27 settembre 16 ottobre 2016

di Liliana Santandrea

La Sala di Palazzo Vecchio si arricchisce delle suggestioni delle opere di Paola Ravaglia e Laura Pagliai, due artiste che hanno sviluppato il loro percorso creativo alla Scuola Comunale d’Arte B. Ramenghi. In questa esposizione sono accomunate dalla presentazione di lavori che traggono linfa creativa da situazioni presenti, quotidiane, in un “esserci” per uomo e natura, collocabile tra realtà e sogno. Opere cariche di riflessioni personali, finalizzate a spalancare la finestra dell’immaginazione su di un universo di infiniti possibili.

Laura Pagliai presenta una serie di sculture in terracotta e ferro, formate da figure umane stilizzate e da simboliche case-struttura, che insieme costituiscono degli unicum, leggibili metaforicamente come punti di osservazione, atti a stimolare inutili ma attese risposte.
In linea con il suo percorso artistico volutamente provocatorio, Pagliai costruisce le sue opere concentrandosi sull’arcano dell’esistenza. Realizza forme geometriche, dense di rimandi storici; sono strutture dell’immaginario che interagiscono, grazie ad elementari scomposizioni, con sintetiche figure umane, col fine di mettere in essere quel dialogo silenzioso e personale che coinvolge la sfera più intima dell’uomo. Utilizza, nelle sue composizioni, sempre figure maschili, spesso con le braccia addossate al corpo e i pugni serrati, che ci rimandano alle sculture greco-arcaiche dei kouroi, figure idealizzate, archetipi dell’idea di uomo. Si osserva poi, nelle opere in cui scompare la staticità e la postura del corpo si fa più dinamica, che resta la stessa connotazione formale di base ma entrano in gioco altre situazioni; esse vanno ad evidenziare il concetto di energia, di forza, di audacia, ovvero ci troviamo di fronte al recupero di quella dimensione eroica, lontana dal nostro presente, ormai racchiusa, spesso, solo dentro un labile racconto. È nell’abisso del subconscio che ci vuole condurre l’artista, e lo fa coniugando struttura geometrica e figura umana in un’unica forma, raggiungendo così l’obiettivo di condurre l’osservatore in una coinvolgente intimista narrazione. Quello che risulta estremamente interessante nella sua produzione è il messaggio che niente è ovvio. L’esistenza umana viene analizzata dall’artista da punti di osservazione inusuali, a prima vista curiosi e originali, ma al contempo emotivamente tragici, in quanto i suoi personaggi implicitamente alimentano riflessioni di incertezza ed inquietudine. Qui domina il senso dell’enigma. Le figure umane di Laura Pagliai si interrogano, osservano, lottano, vivono il tempo dell’attesa, dell’osservazione silenziosa, della meditazione, della fragilità, della vulnerabilità, della spontaneità, della innocenza, di quel mistero che ammanta ogni momento di riflessione con i suoi perché.
Nella produzione recente Pagliai approda, con la sua ricerca di interrelazione fra soggetto e oggetto, ad una narrazione maggiormente legata a quel concetto di leggerezza così felicemente analizzato da Italo Calvino. Con l’inserimento di elementi poetici, dal palloncino rosso, alla farfalla, e al groviglio di filo che, dal pugno chiuso dell’uomo si ergono verso il cielo, l’attenzione dell’osservatore si sposta dalla massa plastica alla dimensione aerea: piccoli e fragili elementi, ma capaci di catalizzare tutte le incertezze e spalancare le porte all’immaginario per un altro ancora possibile sogno.

 

IL TEMPO SOSPESO – Spazio Vibra, Ravenna – dicembre 2015

di Sabina Ghinassi

I piccoli uomini di Laura Pagliai sono creature che si interrogano. Si trattengono sulle soglie con gesti minimi e lenti: osservano, sognano, probabilmente amano o piangono, ridono a volte, aspettando in silenzio. Le sculture intime della giovane scultrice disegnano spazi interiori, rivestendo le forme di plasticità arcaica, memore della lezione di certi grandi del Novecento – Marino Marini in primis. Nel farlo Pagliai si mantiene sul filo di una narrazione poetica densa di grazia materica e leggerezza, insistendo su una piccola dimensione che, alleggerendo la solennità monumentale, riesce a diventare intima e colloquiale, quasi sussurrata. Il suo gesto procede con lentezza, attentamente meditato e si modula su un temo sospeso, metafisico, che si sottrae al dominio del presente: costruisce luoghi dell’immaginario. Sono ambienti essenziali e, nello stesso tempo, fortemente simbolici e intensi, prepotentemente evocativi. Si mantengono lontani dal cenno lezioso, dalla cifra didascalica anche quando si soffermano su un dettaglio, su un cenno – come il palloncino-groviglio di pensieri aerei – che diventa a sua volta pieno di densità, di forza austera. Allo stesso modo le case solide sono fuori dal tempo, quasi vive e palpitanti: sono case-rifugio, monolitiche eppure morbide e gentili, case-metafora che possono accogliere o accompagnare, maschili e femminili insieme, case-soglia che fermano gli istanti del tempo degli uomini; case che raccontano storie di guerrieri e di poeti e possono proteggere oppure fornire un punto di partenza per interrogare il mondo, per vederlo nella sua pienezza, mentre si affonda lo sguardo sul filo dell’orizzonte con fatica e tenerezza. Sono oikoi sacri che aiutano gli uomini a imparare a volare, ad abbattere i muri, a superare gli ostacoli, a risolvere gli enigmi, a cadere e a rialzarsi. In queste piccole case si raccontano storie di mortali che iniziano il loro viaggio nella vita e nei suoi misteri.

 

ARTE E SCIENZE NELLA LUCE – Museo del Balì, Saltara PU – giugno 2012

di Lorenzo Gigante

Chi si confronta con la scultura si confronta con la materia. E confrontarsi con la materia grezza significa confrontarsi con l’atto di dare vita, di infondere spirito laddove esso ancora non è. Vuol dire aprire una riflessione tra corpo e spirito, tra ciò che appartiene al mondo terreno e ciò che invece pertiene ad un altrove di cui non conosciamo che il mistero, la suggestione. Significa istruire in confronto e mediare un compromesso, in un atto di creazione bloccata, sospesa al confine tra due mondi. Nelle sue opere, Laura Pagliai affronta tutto questo. Creatrice di altre realtà si professa, dichiarando l’autonomia dell’arte: e in queste sue realtà l’uomo si confronta con il proprio essere materia. Le sculture sembrano anime, caratterizzate come ritratti o assolute come idee, ma sempre, indissolubilmente legate alla loro parte fisica, concreta, pesante. Figure che appaiono come ancorate a masse da cui tentano di liberarsi, in un confronto tra pesantezza e levità, dove la pesantezza è quella materica dell’uomo, da cui l’animo, lo spirito lieve sembra doversi distaccare per poter volare ad universi più alti. Figure che si dichiarano quasi colpevoli della loro matericità. Così la serie degli Alberi, in ceramica raku, mostra l’avvenuto miracolo della conciliazione tra spirito e materia: composizioni armoniose dove le forme dei rami si inseriscono con delicato equilibrio all’interno del tondo, e si richiamano sottilmente alla fitta cavillatura tipica del processo raku. L’armonia e l’equilibrio esistono, le forme della natura e dei suoi processi lo affermano. Lo spirito umano osserva e impara lentamente, seppure ad oggi ancocra legato alla sua parte materiale. Ma la riflessione di Laura Pagliai è una via aperta, un suggerimento, una proposta attraverso l’arte per proiettarsi oltre.